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Garibaldi, Calvino e le identità di transizione

Garibaldi, Calvino e le identità di transizione

Perché non possiamo che essere “Fratelli al di qua e al di là del confine” secondo Mario Castellano.

Non conosciamo di persona Mario Castellano. Al telefono la sua voce ci parla di un signore che unisce garbo e cultura (che spesso si accompagnano), attaccamento alle origini (il Ponente Ligure) e orizzonti senza confini. Avevamo letto un suo pezzo sul quotidiano il Faro di Roma e abbiamo pensato che sarebbe stato molto bene anche qui, tra le pagine virtuali di inProvenza. Per questo l’abbiamo contattato e gli abbiamo chiesto se gli avrebbe fatto piacere che lo pubblicassimo. La risposta è qui sotto.

"Su di una delle sponde del Garavano, che segna il confine tra i due Stati fin da quando il Principe di Monaco vendette per un tozzo di pane Mentone e Roccabruna a Napoleone "il Piccolo", con il risultato di rendere enclavé – come si dice nella lingua di Molière – il suo piccolo regno, si trovano degli Italiani che hanno mutuato dalla Francia la stessa idea della propria unità nazionale, proclamata da Napoleone Bonaparte, rivolgendosi nella nostra lingua ai rappresentanti dell’intera Penisola convenuti al Congresso di Lione del 1802, e propiziata in seguito dal nizzardo Giuseppe Garibaldi.

Il quale, tuttavia, era nato in riva al Varo da padre di Genova, Giuseppe Domenico Garibaldi, e da madre – tale Rosa Raimondi – originaria di Loano, nel Savonese: sicché, nel rivolgersi al genovese Nino Bixio durante la battaglia di Calatafimi, pronunziò nella comune lingua regionale la famosa frase: "Bixio, qui si fa l’Italia o si muore!".

Il ligure era d’altronde l’unico idioma in cui il Generale, uomo notoriamente illetterato, fosse in grado di esprimersi in modo corretto.

L’Eroe zoppicava infatti tanto nell’italiano quanto nel francese, riusciva a malapena a farsi capire in spagnolo e quasi per nulla in portoghese. Lo testimonia il fatto che sua moglie si chiamava in realtà Aninha, nome tradotto nel castigliano Anita dal marito, il quale aveva qualche rudimento della lingua di Cervantes ma nessuno di quella di Camoens.

Sull’altra sponda del Garavano, troviamo dei Nizzardi di antica ascendenza, i cui antenati si consideravano Piemontesi (per i Savoia, Nizza era per antonomasia "la Fedele", mentre Oneglia era "la Fedelissima"), accanto a molti immigrati dall’Italia (molti dei quali fuggiti dalla dittatura fascista). Gli uni e gli altri educati nello spirito della Repubblica Francese.

Confluiscono infatti nella loro formazione tanto l’umanesimo italiano quanto i principi immortali di libertà, uguaglianza e fraternità proclamati nell’Ottantanove.

Più addentro, risalendo l’arco alpino, ci sono i Piemontesi di Cuneo – che per qualche tempo fece parte del Regno di Francia – ma soprattutto gli Occitani, abitanti nelle alte valli.

Gli appartenenti a questa nazione si ritrovano ogni anno, confluendo dai due versanti delle loro montagna, nel Santuario Mariano del Comboscuro, in val Maira, per la tradizionale festa dell’Otto Settembre.

Il loro idioma è l’unico diverso dall’italiano in cui Dante – conoscitore tanto della "Langue d’Hoc" quanto della "Langue d’Oil" – insegnatagli da Brunetto Latini, primo professore di francese nel nostro Paese – compose una terzina della Divina Commedia, mettendola in bocca al trovatore Bertrando del Bornio.

La cosiddetta "Lingua d’Oca" – da cui l’omonima Regione – è comunque proporzionalmente più usata dai provenzali d’Italia che da quelli di Francia, ed il suo maggiore studioso contemporaneo, il Laffont, trascorse gran parte della sua vita a Firenze, città in cui si era sposato e dove la vedova, una studiosa italiana, prosegue le sue ricerche.

Diffuso dalla Valle d’Aosta lungo tutto l’arco alpino fino a Tenda, il provenzale, espressione della grande civiltà trovadorica distrutta ai primi del Duecento dalla crociata bandita dal papa Innocenzo III contro gli albigesi, e poi perseguitata dallo Stato francese, tanto monarchico quanto repubblicano, si estende nel territorio della Provincia di Imperia con una piccola penisola linguistica comprendente Realdo, Cetta, Loreto e Verdeggia, frazioni del Comune di Triora, posto nell’alta valle dell’Argentina.

Dovendo dunque definire ed affermare una identità culturale specifica della nostra Regione, tanto i francofoni quanto gli italofoni devono rivolgersi per l’appunto agli occitani, cioè all’unico popolo che non ha come riferimento nessuno dei due Stati nazionali confinanti.

Rimanendo nell’abito linguistico, Nizza è compresa nell’area ligure, mentre soltanto al di là del Varo – che infatti segnava il confine tra il Piemonte e la Francia – inizia il territorio provenzale.

Tutto questo porta a concludere inevitabilmente che la nostra è un’area di transizione: perfino dal punto di vista della geografia fisica, dato che le valli alpine convergono per l’appunto a Nizza, contribuendo a designarla come il nostro naturale capoluogo.

Si poteva d’altronde definire come una identità di transizione anche quella del Piemonte, che infatti fu l’ultimo tra i nostri Stati Regionali – detti anche, con nostalgia, gli "Antichi Stati" – ad adottare l’italiano come lingua ufficiale, sotto Emanuele Filiberto, nel Sedicesimo secolo.

Il Conte di Cavour parlava molto bene in francese, e molto male in italiano, al punto che doveva farsi scrivere i testi nella lingua di Dante dal suo segretario, l’israelita Isacco Artom di Asti: il quale ricordava come, quando il Presidente del Consiglio si esprimeva in italiano, gli veniva voglia di tapparsi le orecchie.

La debolezza delle lingue regionali tanto del Piemonte quanto della Liguria deriva in gran parte dall’avere dovuto competere – anziché con una sola – con due grandi espressioni letterarie: quella italiana, ma più ancora quella francese.

Fino al tempo dei nonni, nel Ponente Ligure le persone colte erano tutte bilingui, come attesta il sanremese Italo Calvino ricordando suo padre, il professor Mario Calvino."

Mario Castellano

Il pezzo di Mario Castellano è tratto, per gentile concessione dell’autore, dall’articolo “Fratelli al di qua e al di là del confine. Tutto ci unisce alla Francia” comparso su Il faro di Roma il 5 marzo, e riferito alla manifestazione per l’amicizia tra l’Italia e la Francia che si è tenuta a Nizza il 15 febbraio.

Dell’evento, Castellano sottolinea il valore simbolico della colonna sonora.

La manifestazione, racconta, "si è conclusa con una apoteosi musicale, all’insegna del canto corale: sono stati infatti eseguiti nell’ordine "Fratelli d’Italia", la Marsiglese, l’Inno alla Gioia dalla Nona Sinfonia di Beethoven (in onore dell’unione Europea), e l’Inno della Città di Nizza, quest’ultimo in lingua regionale.

Fin qui il programma ufficiale: concluso il quale, gli Occitani delle regioni alpine poste a cavallo tra l’uno e l’altro Paese hanno intonato il loro Inno Nazionale (in provenzale, o “Lingua d’Oca”), per finire con “Bella Ciao”, quale omaggio all'antifascismo ed alla Resistenza. In totale, sono state cantati ben sei brani. Solo al Festival di Sanremo si è riusciti a fare di più, ma non certo di meglio".

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