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Il fotoromanzo è morto, viva il fotoromanzo

Il fotoromanzo è morto, viva il fotoromanzo

Disprezzato da comunisti, intellettuali e cattolici. Amato da milioni di italiani. E, finalmente, cult!

C’è un pezzo d’Italia in mostra a Marsiglia fino al 23 aprile. Sì, perché il fotoromanzo è nato a casa nostra, nel 1947, è subito diventato un best seller della letteratura popolare mondiale e tale è rimasto almeno fino agli anni ’70. Un ottimo motivo per non perdere Roman-Photo, l’esposizione che il Mucem dedica a questo genere, minore sì, ma fedelissimo specchio dei tempi. E, oggi, persino un po’ glamour.

Il piacere di leggere di nascosto

Se non c’eravate, chiedetelo alle mamme e alle nonne, o ai loro mariti e fratelli: che non facciano finta di niente. Nei tempi d'oro, le riviste passavano di mano in mano, magari anche un po’ di nascosto, e per ogni copia si moltiplicavano i lettori: quello che era considerato un sottogenere piuttosto discutibile faceva sognare milioni di persone.

Negli anni ’60, un francese su tre era dedito a questo tipo di lettura, e gli italiani non erano certo da meno.

Acqua di rose o sciacquatura di piatti?

Per i giudici meno severi, il fotoromanzo era un genere 'all’acqua di rose', una sorta di erede dei feuilleton ottocenteschi e precursore illustrato degli Harmony, altra frtunata iniziativa editoriale degli anni '80. Ma non furono pochi – specie tra comunisti, intellettuali e cattolici – a tacciarlo di leggerezza, stupidità, volgarità e perfino perversione.
Ed è pure vero che uno dei filoni che, col tempo, germogliarono dal fotoromanzo ‘classico’ – la storia d’amore a lieto fine – è quello erotico, cui pure la mostra consacra uno spazio. Ma non bisogna prendere troppo sul serio Roland Barthes quando scriveva che “Nous Deux — uno dei fotoromanzi più diffusi in Francia, ancora oggi tirato in 350mila copie e leggibile anche su tablet e smartphone — è più osceno di Sade”.

Dal fotoromanzo al grande schermo: così fan tutti

Altro buon motivo per vedere la mostra Roman-Photo è riconoscere i beniamini del pubblico di ieri e di oggi che, prima di diventare celebrità, sono passati per i fotoromanzi.

Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Johnny Hallyday, Mireille Mathieu, Dalida… Perfino Hugh Grant si è messo in posa per lasciarsi sfogliare da lettrici e lettori di queste riviste.

A voi il gusto di scoprire gli altri ‘insospettabili’.

Una chicca tutta italiana: la collezione Mondadori

Oltre a illustrare origini, nascita, sviluppo dei diversi archetipi e perfino le ‘devianze’ del fotormanzo, il Mucem propone una vera chicca, finora mai esposta al pubblico: la collezione Mondadori. Si tratta di un fondo di migliaia di negativi di fotoromanzi pubblicati tra gli anni ’40 e l’inizio degli anni ’80 del secolo scorso.

Il fotoromanzo secondo Michelangelo

Gelosie e tradimenti, colpi di fulmine e cuori spezzati, dolce vita e lotta di classe… Tutto qui? Molto di più: la lente d’ingrandimento su un’Italia uscita a pezzi dalla guerra. Con la voglia di sognare e di evadere da un contesto in cui era razionata perfino la carta.

Lo spiegò bene Michelangelo Antonioni ne L’amorosa menzogna, girato nel 1949 e visibile al Mucem: i dieci minuti di documentario propongono un’analisi puntuale di come in Italia il fotoromanzo sia diventato, nel giro di soli due anni dalla comparsa delle prime riviste nelle edicole, un fenomeno sociale a tutti gli effetti.

Simona Mazzolini

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