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Van Gogh. Sulle soglie dell'eternità

Van Gogh. Sulle soglie dell'eternità

Vedere la Provenza attraverso gli occhi di Vincent Van Gogh-Willem Dafoe nel nuovo film di Julian Schnabel.

Ancora Van Gogh e ancora la Provenza, protagonisti di Van Gogh. Sulle soglie dell’eternità (titolo originale: At Eternity’s Gate).

L’ultimo film sull’artista olandese ha la regia di Julian Schnabel, anche lui artista-pittore, e autore già di un altro film risalente a oltre 20 anni fa, su un altro artista, Basquiat. Ma forse Schnabel è più noto per un altro film, il bellissimo “Lo scafandro e la farfalla” che, rivela uno sguardo da artista pur trattando di un tema 'difficle' come la malattia con sindrome locked-in.

Vincent Van Gogh si trasferisce ad Arles

Ma torniamo al nostro film su Van Gogh. Le prima battute prendono l’avvio proprio dal trasferimento del pittore ad Arles dove il suo desiderio di natura, sole e luce sono finalmente soddisfatti. Siamo nel febbraio 1866. Ad Arles, la produzione di Vincent Van Gogh si intensifica in maniera quasi maniacale. Ma oggi, dopo l’ affermazione dell’arte-terapia (con testimonianze di tanti artisti e studiosi), più che di maniacalità forse potremmo dire che lui aveva intercettato la strada per una cura che, se certamente non guariva la sua malattia, tuttavia aveva il potere di lenirla e di darne una rappresentazione artistica e quindi estetica.

Diversi i passaggi nel film in cui questo suo legame viscerale con la natura, la terra, gli alberi, i fiori è tracciato convintamente.  La scena in cui si distende sulla terra e quasi la assapora, oppure le sue lunghe passeggiate diurne, ma anche serali, nei campi con la sua attrezzatura sulle spalle, pronta per fermare immagini ma soprattutto emozioni. Perché sì, i suoi colori non sono reali, non sono “copie”, ma sono espressioni di puro sentimento. Come scrive lui stesso in una lettera a Theo il 18 agosto 1888, «uso il colore in maniera più arbitraria in modo da esprimere con forza me stesso».

Van Gogh, troppo avanti per il successo

Una visione del mondo e dell’arte che difficilmente, in quell’epoca e in quei luoghi, poteva essere compresa perché di rottura, troppo nuova, troppo avanti.
E, infatti, questo sarà il grosso limite che incontrerà la sua arte e la sua persona. Come in altri grandi artisti prima e dopo di lui, infatti, in Van Gogh c’è una straordinaria sovrapposizione tra uomo-artista/uomo-sofferente e la sua arte-innovativa/arte-incompresa. E così i suoi quadri resteranno praticamente invenduti e apprezzati solo molto più tardi.

In un passaggio del film Vincent afferma qualcosa come: “la follia è una specie di benedizione per l’arte”. Purtroppo però, si potrebbe aggiungere, non lo è per l’artista, che ne può solo soffrire doppiamente.

Willem Dafoe, un Van Gogh molto convincente

Straordinario l’interprete: Willem Dafoe, coppa Volpi alla 75esima Mostra del cinema di Venezia e candidato a diversi riconoscimenti critici. Straordinarie sia l’interpretazione, studiatissima (sotto la guida del regista-artista Schnabel ha studiato anche tecnica di pittura) e straordinaria  la rassomiglianza con Vincent Van Gogh, almeno per quel che è dato sapere dell’artista, a partire dai suoi autoritratti.

Van Gogh, fragilità interiore e determinazione d'artista

Insomma un film certamente da vedere anche se, va detto, non aggiunge nulla di nuovo almeno a chi una conoscenza di base dell’artista già ce l’ha.

Nuova, forse, l’ipotesi della morte di Van Gogh: non suicidio ma “incidente” provocato da un contesto umano in cui l’accoglienza ricevuta non era stata certamente delle migliori e subiva dolorosamente stigma e diffidenza. E su questo punto ci sono diversi rimandi come la petizione dei residenti per il suo allontanamento dalla cittadina, e poi il ricovero all’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence.

In conclusione - senza voler essere tranchant come Federico Pontiggia su Il Fatto quotidiano (4.1.2019) che titola il suo pezzo: “Van Gogh si ama non si spiega (neanche in sala)” - si può affermare che forse il merito più grande del film è aver saputo illustrare la grande fragilità interiore dell’uomo Vincent contrapposta alla grande determinazione dell’artista Van Gogh che, contro tutto e tutti, ha seguito con risolutezza la sua vocazione artistica. Una vocazione intrisa di un forte senso di umanità che si coniuga con una spiritualità vibrante, trasmessa soprattutto da quella natura  prorompente che proprio la Provenza ha saputo ispirargli.

Franca Grosso

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