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Arancioni sfolgoranti come ferro arroventato e oro vecchio

Arancioni sfolgoranti come ferro arroventato e oro vecchio

I quadri scritti di Van Gogh. Nelle lettere al fratello Theo, giorno per giorno, Vincent dipinge con le parole la SUA Provenza.

Da Arles dove risiede stabilmente dal 1888, Van Gogh scrive a Parigi al fratello minore, Theo, diverse lettere al mese. Il suo rapporto con la scrittura lo cattura quasi quanto la pittura e il colore. E ne è consapevole. Infatti scrive nel luglio di quell’anno:

Vorrei proprio avere con il colore la stessa disinvoltura che ho con la penna e con la carta. Rovino spesso uno studio dipinto perché ho paura di sciupare del colore. Invece, se non si tratta di una lettera che scrivo ma di un disegno non ho nessuna preoccupazione, sia con la carta dei fogli Whatman che con quella dei fogli da disegno. Credo che se fossi ricco spenderei meno di quello che spendo ora

Torna il tema che, insieme alla malattia, lo tormenterà per tutta la sua breve vita: l’indigenza. Ma la fluidità, la lucidità della scrittura e la ricchezza di argomenti che tratta nelle lettere ci restituiscono il ritratto di un’artista completo, colto, curioso di ogni campo del sapere e che si pone molte domande. Così come si interessa di altri artisti, pittori e non, e ne discute con il fratello prediletto che è anche un mercante d’arte (anche se per lui riuscirà a fare poco o nulla).

L’impatto con una natura così prorompente, brillante, esaltante lo rende particolarmente proficuo, sensibile, esaltato, quasi.

L’attenzione per i paesaggi, i colori, ogni singolo particolare della natura vegetale e animale, ma anche umana, insomma tutto, è notato e annotato, descritto esattamente con la stessa cura che mette nei quadri. Le sue descrizioni sono un’altra forma d’arte: è un van Gogh scrittore e poeta, che viene fuori da queste lettere. Quello che dice di sé a proposito del suo senso artistico in una lettera dell’agosto è chiarissimo:

Nel frattempo sto nella mia pelle, e la mia pelle è nell’ingranaggio delle belle arti, come il grano tra le mole

Anche le riflessioni sul tema dell’ispirazione sono molte. Sempre nel luglio di quell’anno la descrive così:

Se non è l’emozione, la sincerità del senso della natura che ci conducono, e se queste emozioni sono talvolta così forti che si lavora senza accorgerci del lavoro, e che talvolta le pennellate vengono già una dopo l’altra e i rapporti di colori come le parole in un discorso o in una lettera, bisogna però ricordarsi che non sempre è stato così e che in futuro ci saranno pure dei giorni cupi senza ispirazione

Traendo spunto dal tema dei contadini della Provenza, a lui molto caro (li chiama i quadri in zoccoli), Vincent parla anche del proprio stile, così particolare. Si definisce “colorista arbitrario”, consapevole anche di essere incompreso. Scrive l’11 agosto 1888:

Ma immaginando l’uomo terribile che doveva fare in mezzo al forno della mietitura, in pieno mezzogiorno. Da ciò gli arancioni sfolgoranti come ferro arroventato, da ciò i toni di oro vecchio luminoso nelle ombre. Ah caro fratello… e le persone perbene vedranno in queste esagerazioni solo della caricatura. Ma che ci importa (…)

Le Lettere a Theo sono pubblicate da Guanda nei Tascabili.

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